Un oggetto lungo circa 12 metri e pesante intorno alle 4 tonnellate ha terminato il proprio viaggio sulla superficie lunare. Si tratta del secondo stadio esausto di un Falcon 9 di SpaceX, identificato con la sigla 2025-010D, arrivato il 5 agosto 2026 nella regione vicina ai crateri Bell ed Einstein. La velocità prevista al momento dell’impatto era di circa 2,4 chilometri al secondo, pari a quasi 8.700 chilometri orari. L’energia liberata è stata stimata nell’ordine di tre tonnellate di tritolo: sufficiente a scavare un nuovo cratere, senza rappresentare alcun pericolo per la Terra.
Definire l’episodio come “un Falcon 9 schiantato sulla Luna” è efficace, ma richiede una precisazione. Il razzo completo non ha vagato nello spazio per oltre un anno. Il primo stadio, progettato per essere recuperato, aveva già concluso il proprio compito. A restare su un’orbita molto allungata attorno alla Terra era il secondo stadio, la parte che nel gennaio 2025 aveva fornito l’ultima spinta a due veicoli diretti verso il satellite naturale: il lander Blue Ghost di Firefly Aerospace e RESILIENCE della società giapponese ispace.
La missione principale aveva raggiunto gran parte dei suoi obiettivi. Blue Ghost è atterrato con successo il 2 marzo 2025, trasportando dieci strumenti scientifici e tecnologici della NASA. RESILIENCE, invece, ha effettuato un atterraggio duro nel giugno dello stesso anno. Il segmento superiore del lanciatore, ormai privo di propellente e capacità di manovra, è rimasto sotto l’effetto combinato della gravità terrestre, lunare e solare. Piccole perturbazioni accumulate nel tempo lo hanno condotto verso la Luna.
L’impatto ha attirato l’attenzione degli astronomi perché la traiettoria era nota con grande precisione. Gli urti naturali provocati da meteoroidi vengono spesso scoperti dopo l’evento; in questo caso era possibile preparare telescopi e sonde in anticipo. La conferma visiva delle caratteristiche del nuovo cratere richiederà però immagini orbitali successive. Le stime pubblicate prima dello schianto differivano: alcuni modelli indicavano un diametro vicino ai 20-30 metri, altri arrivavano a circa 40 metri. Anche l’altezza della nube di polvere restava incerta.
Cosa si è schiantato realmente sulla Luna?
A colpire il suolo lunare è stato un secondo stadio del Falcon 9, non il razzo intero. L’oggetto era catalogato come 2025-010D e proveniva dal lancio “Ghost Riders in the Sky” del 15 gennaio 2025. Dopo aver immesso i due lander nelle rispettive traiettorie, non disponeva più di carburante sufficiente per essere guidato verso un rientro controllato o una diversa orbita di smaltimento.
Le osservazioni da Terra hanno permesso di ricostruirne l’origine, la forma allungata e il moto. Uno studio spettroscopico ha rilevato caratteristiche compatibili con i materiali di controllo termico usati sui veicoli spaziali. Le curve di luce hanno mostrato una rotazione di circa sette minuti, con variazioni misurabili nel tempo.
Perché il secondo stadio non è rientrato nell’atmosfera?
La missione richiedeva più energia rispetto a un normale lancio verso l’orbita terrestre bassa. Dopo aver spinto i carichi verso la Luna, il secondo stadio è rimasto in una traiettoria cislunare, cioè nello spazio compreso tra la Terra e il suo satellite. In quella regione le orbite risentono dell’attrazione di più corpi celesti e della pressione della radiazione solare.
Secondo gli esperti, l’impatto avrebbe potuto essere evitato con una manovra programmata verso un’orbita attorno al Sole. Questa possibilità deve però essere prevista durante la pianificazione della missione, riservando propellente e definendo una strategia di fine vita.
Che cosa ha prodotto l’impatto?
Lo schianto ha liberato un’energia paragonabile a circa tre tonnellate di TNT. I modelli scientifici prevedevano una cortina di materiale espulso alta 15-20 chilometri e un getto centrale capace, nelle simulazioni, di raggiungere 75-100 chilometri. Sono valori teorici, influenzati dall’angolo d’arrivo, dalla struttura del veicolo e dalle proprietà del terreno.
Il lampo iniziale sarebbe durato meno di un secondo e sarebbe risultato troppo debole per l’occhio umano. La polvere illuminata dal Sole poteva invece emergere oltre il bordo lunare per alcuni minuti. Le immagini della zona raccolte dalle sonde in orbita potranno chiarire dimensioni e forma del cratere.
Lo schianto rappresenta un pericolo?
Per le persone sulla Terra, la risposta è no. Anche il rischio per le missioni lunari attive era considerato estremamente basso, perché il punto d’impatto era lontano dai veicoli operativi. La Luna subisce inoltre collisioni naturali molto più energetiche: la superficie ricoperta di crateri ne è la prova più evidente.
Il valore dell’episodio riguarda soprattutto il futuro. Con l’aumento di lander, satelliti lunari, stazioni di comunicazione e possibili basi abitate, un componente fuori controllo potrebbe danneggiare infrastrutture o sollevare frammenti pericolosi. Il caso offre quindi un test concreto per studiare la dispersione dei detriti e migliorare la sorveglianza cislunare.
Quali regole esistono per i rifiuti spaziali sulla Luna?
Il diritto internazionale impone principi generali, ma manca ancora una disciplina operativa uniforme per lo smaltimento dei veicoli nello spazio cislunare. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico chiede agli Stati di evitare contaminazioni dannose e interferenze con le attività altrui. Le linee guida più dettagliate sui detriti sono state sviluppate soprattutto per le orbite terrestri.
La NASA richiede ai propri programmi valutazioni e piani di fine missione, oltre alla passivazione delle fonti di energia presenti su veicoli e stadi. Questi standard non equivalgono però a una regola globale vincolante per ogni operatore commerciale. La lezione dello schianto è chiara: seguire un oggetto di quattro tonnellate quando è già fuori controllo non basta. Le future missioni dovranno includere fin dall’inizio una destinazione finale sicura per stadi, lander e piattaforme dismesse.
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